La tradizione della Patata di Montelago

La tradizione della Patata di Montelago nasce, prima di tutto, da una necessità di vita.
Vivere a Montelago, alle pendici del Monte Strega, significava confrontarsi ogni giorno con la montagna, con l’altitudine e con una terra difficile e ghiaiosa, dove le possibilità di coltivazione erano limitate. Orzo, grano, mais e patate erano tra le colture che permettevano alle famiglie di vivere di ciò che la terra riusciva a offrire.
Il paese era abitato da famiglie numerose, abituate ad aiutarsi reciprocamente. Le vecchie fotografie della mietitura, con tante persone insieme nei campi, raccontano ancora oggi una comunità nella quale il lavoro di uno diventava spesso il lavoro di tutti.
Anche gli animali erano parte fondamentale di questo equilibrio. Ovini, mucche, maiali e conigli popolavano le stalle e contribuivano al sostentamento delle famiglie. Il primo trattore arrivò a Montelago molto tardi e, prima di allora, uomini e animali erano la forza necessaria per lavorare la terra.
Era un sistema semplice nel quale nulla, o quasi, veniva sprecato.
Lo sterco degli ovini diventava concime per i campi. La terra concimata produceva le patate. Le patate nutrivano le famiglie ma anche gli animali e, a loro volta, gli animali contribuivano al lavoro dei campi e diventavano fonte di sostentamento.
Oggi lo chiameremmo un modello di economia circolare. Allora era semplicemente necessità.
Anche la raccolta seguiva questa logica. Le patate più grandi e belle venivano vendute ai commercianti; quelle di media grandezza rimanevano in casa per l’alimentazione della famiglia; le più piccole o rovinate venivano date agli animali. Una parte delle patate migliori veniva scelta e conservata come seme per l’anno successivo. Così il raccolto di un anno diventava l’inizio di quello seguente.
Alcuni gesti sono rimasti anche quando quella necessità è scomparsa.
Ancora oggi, quando raccolgo le patate insieme a mio padre, lo vedo mettere da parte automaticamente quelle più piccole. È un gesto che gli viene naturale, imparato quando era bambino, quando ogni patata aveva già una destinazione e niente poteva essere sprecato. È forse proprio in questi piccoli gesti che una tradizione continua a vivere.
L’altitudine, il clima del Monte Strega e quella particolare terra ghiaiosa hanno accompagnato per generazioni la coltivazione di una patata asciutta, saporita e adatta a moltissime preparazioni. Una patata naturalmente buona.

Tra gli anni Settanta e Ottanta questo equilibrio cominciò a cambiare. I figli lasciarono progressivamente Montelago per trasferirsi verso le città e lavorare nelle fabbriche. Le famiglie diventarono meno numerose, diminuirono gli animali nelle stalle e, insieme a loro, diminuì anche la necessità di coltivare grandi quantità di patate.
Con il tempo si è perso anche l’antico seme tramandato dalle famiglie di Montelago. Oggi vengono coltivate varietà da seme selezionate: la rossa Désirée, particolarmente apprezzata per gli gnocchi; la bianca Kennebec; la gialla e allungata Spunta e la tradizionale Monalisa.

I terreni che un tempo erano quasi interamente occupati dalle coltivazioni hanno in parte lasciato spazio ai prati e all’allevamento dei cavalli.
Eppure la tradizione della Patata di Montelago non è scomparsa.
Continua nelle famiglie che ancora abitano la frazione e in quelle che da Montelago hanno avuto origine. Ma sta suscitando interesse anche in una nuova generazione: persone che vivono e lavorano in città e che sentono il desiderio di tornare, almeno per qualche giorno, alla terra, alla libertà e al piacere di raccogliere con le proprie mani qualcosa di sano e buono.
Forse oggi non abbiamo più bisogno della patata per sopravvivere come accadeva un tempo. Ma abbiamo ancora bisogno di ciò che rappresenta: la Patata di Montelago è terra, famiglia, lavoro condiviso e memoria.
È la storia di una montagna difficile che ha insegnato ai suoi abitanti a non sprecare nulla e a trasformare ciò che avevano in una risorsa.
Una tradizione nata dalla necessità, è arrivata fino a noi per scelta.


(Da un’intervista di Simona Fronzi a Giuliana Santarelli, custode di memorie generazionali del piccolo borgo montano)